Capitoli 9 e 10 de I Promessi Sposi di Manzoni: riassunto

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I promessi sposi: riassunto dei capitoli 9 e 10 (3 pagine formato docx)

CAPITOLI 9 E 10 PROMESSI SPOSI: RIASSUNTO

I promessi sposi di Manzoni.

Capitolo 9. L’11 novembre, il giorno dopo il matrimonio a sorpresa, i 3 fuggiaschi arrivano a Monza la mattina presto e consumano un pasto veloce. La tristezza e la sofferenza per il freddo si mischiano al disagio. Renzo vede di aver alloggiato bene le due donne prima della separazione che toglie ai 3 ogni certezza di poter comunicare. Essi non sanno neppure quando potranno di nuovo rivedersi e provano un forte senso di angoscia nel essere lontani da casa e nel non essere riusciti nel loro intento.
Il barrocciaio accompagna le 2 donne al convento dei cappuccini; il padre guardiano, letta la lettera del confratello Cristoforo, si offre di raccomandarle alla signora.
Si dirigono così tutti e 3 al monastero benedettino di Santa Margherita. Durante questa passeggiata, le 2 donne chiedono al barrocciaio chi sia la signora ed egli spiega loro che è una delle più giovani nobili, è della costola d’Adamo ed è potente dal punto di vista sociale. Il colloquio con la signora ha esito favorevole, e le due donne sono introdotte alla sua presenza.
Insolitamente una monaca si fa chiamare signora anziché sorella o madre e ciò rappresenta un contrasto interiore che emerge anche nella presentazione fisica della donna (ossimoro): velo nero e benda di lino bianca, soppraciglia nere in contrasto con la fronte bianca, gote pallide in contrasto con il saio nero e via dicendo.

CAPITOLO 9 PROMESSI SPOSI: RIASSUNTO

I moti degli occhi erano subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La sua bellezza sbattuta. La signora è una persona che vive un dramma superiore a quella del padre Cristoforo, un dramma che non si risolve alla luce della fede, ma che si prolunga nella vita. Manzoni crea questo personaggio ispirandosi a Marianna di Leyva, ma non la riporta con verità storica, anzi ne sta alla larga, non nominando né il nome né la casata e sostituendolo con il vero poetico.
Nel primo colloquio, quando Lucia, imbambolata, esita a rispondere perché si trova a dover affrontare un argomento scabroso, Agnese interviene e viene subito ripresa da Gertrude, la quale, arrabbiata, la tace con violenza: già lo so che i parenti hanno sempre una risposta da dare in nome de’ loro figliuoli.
Tutta la vicenda di Gertrude, le tappe della sua monacazione forzata, vengono rappresentate in maniera drammatica attraverso un flashback.
Prima ancora che nascesse, il suo destino era stato prescritto perché al di là del primogenito, tutti gli altri dovevano o divenire soldati o entrare in monastero. Da bambina, viene mandata nel monastero di Monza con un gruppo di monache. Alla fine dell’infanzia, quando il corpo si modifica e anche la volontà, prova invidia nei confronti delle sue compagne che si stavano per sposare. Infatti, lei non è stata educata alla fede, ma alla bella vita, al puntiglio, a essere più potente (disvalori) e quando sente le compagne parlare di carrozze e cavalli, quel mondo si sgretola e in questo momento di debole volontà, scrive una lettera al padre. Quando Gertrude torna a casa, viene reclusa nella sua stanza assistita da una cameriera tirannica. Si crea un muro tra lei e il resto della famiglia, un muro di freddezza che solo se c’è affetto si può abbattere. Ma questo affetto non c’è da parte dei genitori. L’unico che gli lancia uno sguardo d’affetto è un paggio, un ragazzino servitore domestico. Basta che questo ragazzo gli lanci uno sguardo di simpatia umana che, avendo un animo fragile, Gertrude gli scrive un bigliettino che accidentalmente cade nelle mani della cameriera che lo porta al padre. Il paggio fu scacciato, e Gertrude- minacciata di un castigo futuro che immaginava spaventoso- fu rinchiusa nella sua stanza, sotto la guardia della delatrice. Rimase essa dunque con il batticuore, con la vergogna, col rimorso, col terrore dell’avvenire; di più, il contegno schernevole e rabbioso della domestica, costretta alla vita di carceriera, esasperava di giorno in giorno l’odio della vittima. In questo stato d’animo, nell’abisso in cui era caduta, il chiostro si presentò a Gertrude come l’unico rifugio, l’unica salvezza. Dopo alcuni lunghi giorni di prigionia, ripresa in mano quella penna fatale, scrisse una seconda lettera al padre, in cui implorava il suo perdono, e si mostrava pronta a fare ciò che a lui piacesse.

Capitolo 9 dei Promessi sposi: analisi

RIASSUNTO CAPITOLO 10 PROMESSI SPOSI

CAPITOLO 10. Ricevuta la lettera di pentimento, il principe mandò a chiamare Gertrude e facendola sentire una poco di buono cerca di manipolarla. Ma non è una vera e propria manipolazione, più che altro è riuscito a ottenere ciò che vuole perché Gertrude, essendo stata sempre educata alla superficialità, non è capace di provare sentimenti.
“Ah sì” dice al padre, e il padre interpreta quel sì come un “farò la monaca” e, in questo modo, tutti iniziano a trattarla bene, in un ricevimento serale amici e parenti la festeggiarono come la sposina.