Inferno canto 1: analisi, riassunto e commento

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Inferno Canto 1: testo, analisi, riassunto e commento del primo canto dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri (16 pagine formato doc)

INFERNO CANTO 1: ANALISI

Canto 1 dell'Inferno di Dante - Tempo 7 aprile 1300 (giovedì santo), notte; 8 aprile 1300 (venerdì santo), alba.
Luogo La selva oscura, desolata e cupa nella sua “asprezza”, senza segni di vita e difficile da percorrersi; al di fuori di essa si alza un pendìo su cui Dante sembra salire con difficoltà; dopo il pendio si erge un colle, in realtà un monte, la cui sommità è illuminata dal sole.
Personaggi Dante e Virgilio.

Le tre fiere: lonza, leone, lupa.
È evocato il Veltro.

Inferno canto 1: spiegazione

CANTO 1 INFERNO: RIASSUNTO

Lettura tematica
UN PROLOGO  -Il canto I dell'Inferno è il prologo terreno al viaggio di Dante nell’aldilà: Dante-poeta illustra la condizione di Dante-personaggio, ce lo mostra in un cammino faticoso – e subito ostacolato – che si snoda da una selva a un colle, ci dice per quali ragioni e con chi dovrà effettuare un altro vïaggio e, con la tipica “onniscienza” dello scrittore che racconta un’esperienza già vissuta, ne anticipa le tappe nei tre regni dell’oltretomba.

Inferno canto 1: parafrasi

RACCONTO E FIABA -  Il canto inizia secondo le modalità proprie del racconto: le coordinate temporali
(la metà della vita, che ci consente di stabilire l’anno della vicenda; poi la stagione e l’ora) e spaziali (la selva oscura), a cui segue la caratterizzazione psicologica del personaggio Dante. Ma contiene anche i topoi del fiabesco, ampiamente presenti nei romanzi cavallereschi medioevali: indeterminatezza del luogo, bosco solitario, oscurità, smarrimento, paura, viaggio.

Inferno canto 2: testo e analisi

COMMENTO PRIMO CANTO INFERNO

IL VIAGGIO - Il cammino di Dante rispecchia il modello esistenziale del Medioevo cristiano (e, più estesamente, anche modelli antropologici di alcune filosofie orientali, come il buddismo): la vita è itinerarium mentis, percorso ascensionale dell’anima dall’imperfetto al perfetto, dal mondo a Dio, e l’uomo è viator, pellegrino alla ricerca della salvezza. In tutta la prima parte del canto, infatti, il linguaggio richiama continuamente l’archetipo del viaggio nelle quattro aree semantiche che lo costituiscono: il movimento (v’intrai; ripresi via); il mutamento della scenografia spaziale e temporale (dalla selva al piè d’un colle e alla piaggia diserta; dalla notte al principio del mattino); l’insidia (la selva selvaggia e aspra e forte; l’acqua perigliosa; la lonza, che ’mpediva tanto il mio cammino; il leone con rabbiosa fame; la lupa che molte genti fé già viver grame); l’alternarsi di trepidazione e speranza (la paura della selva che, allo spuntar del sole, fu un poco queta; la lena affannata ma anche l’alba-primavera che a bene sperar m’era cagione).

SELVA, SMARRIMENTO, PAURA - La selva non ha evidenza figurativa perché mancano del tutto particolari visivi, sostituiti da una connotazione d’insieme: oltre che oscura, è selvaggia e aspra e forte; questa aggettivazione “psicologica” pone in luce soprattutto gli effetti che la selva ha sull’animo di Dante – turbamento e angoscia – e aiuta il lettore a staccarsi a poco a poco dal piano letterale per penetrare in quello allegorico e riconoscere nella selva-smarrimento lo stato di debolezza morale e intellettuale che è causa del peccato e nella paura la consapevolezza di ciò e il timore della dannazione.