Purgatorio Canto XVI: spiegazione e figure retoriche

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Spiegazione e figure retoriche del canto 16 del Purgatorio della Divina commedia di Dante Alighieri (4 pagine formato doc)

PURGATORIO CANTO XVI

Purgatorio Canto XVI. 1-15: Dante e Virgilio si trovano nella terza cornice, dove sono puniti gli iracondi, immersi nel fumo.
L’ira è un peccato che rende incalzanti tutte le azioni, che vengono compiute una dietro l’altra senza attenzione a ciò che si fa e fa perdere il senno, ossia il lume della ragione. Da qui le tenebre e la condizione di buio, che è il buio totale della mente, non solo della vista, perciò è percepito con tutti i sensi.
Il fumo sgradevole assomiglia a un velo che li avvolge accecandoli, inoltre è costituito da peli ruvidi e duri, così che gli occhi soffrono per restare aperti. Dante ha la sensazione di essere precipitato di nuovo nell’Inferno a causa dell’assenza totale di luce.
 

Purgatorio Canto XVI: parafrasi

CANTO 16 PURGATORIO: FIGURE RETORICHE

Torna la metafora dei ciechi. Negli altri canti la cecità era determinata dalla mancanza di amore, come per gli invidiosi, paragonati ai ciechi seduti sulle scale delle chiese, in un luogo sicuro e conosciuto. Qui gli iracondi sono ciechi in balia di se stessi: allegoricamente la cecità dovuta all’ira ha bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi e Dante è come un cieco che si appoggia a Virgilio, perciò torna a essere pellegrino e discepolo. La ragione può dettare i suoi consigli agli uomini, ma poi lascia gli uomini in balia dei pericoli che derivano dalla furia, l’uomo non può far altro che seguire questi consigli e appoggiarsi alla ragione per non andare in balia. Virgilio quindi propone la sua presenza rassicurante e il suo sostegno, perché Dante, accecato dal buio, lo possa seguire come guida sicura. La condizione paesaggistica non ha valore descrittivo, quanto un significato simbolico, morale e didattico: qui si purificano le anime di quanti nella vita sono stati accecati dall’ira, il vizio che fa perdere il lume della ragione. Come nell’inferno, per rappresentare il buio e il terrore le parole hanno suoni duri, ottenuti usando le doppie e le ‘z’, inoltre c’è un uso esagerato delle ‘a’ per rallentare il ritmo della lettura, infatti il cammino di Dante è più difficile e in questo modo si dà l’idea di questo rallentamento.
 
 

PURGATORIO CANTO XVI: RIASSUNTO

16-24: l’atmosfera iniziale comincia a sfumare perché c’è la dolcezza del canto corale, caratteristica dell’anima del Purgatorio. Questi spiriti che in vita alzarono la voce a causa dell’ira, ora cantano tutti insieme, allontanando il sospetto di Dante di essere tornato nell’Inferno, dove le anime bestemmiavano e si colpivano tra di loro, perciò anche se il buio richiama una condizione infernale, vi è subito ciò che differenzia le due cantiche: la componente uditiva è serena, le anime pregano e cantano all’unisono, coralmente, e se non è possibile distinguersi nel buio fitto, tuttavia è possibile comprendersi grazie alla voce e alla concordia dei sentimenti. L’agnus dei è l’espressione corale e umana dell’armonia divina che governava il mondo grazie alla discesa di Dio in terra. È un canto corale e armonico in tutte le note. È ripreso dal rito della messa ed è la preghiera pronunciata per invocare la misericordia di Dio che aveva mandato suo figlio come agnello sacrificale per cancellare all’umanità il peccato originale. È una preghiera che spinge alla mansuetudine, all’umiltà e alla generosità, caratteristiche che possono allontanare l’ira dagli uomini. Dante chiede a Virgilio se sono gli spiriti quelli che cantano perché non sa da dove provengano le voci e il maestro conferma che sono delle anime espianti che si stanno liberando dal nodo dell’ira, che tiene gli uomini prigionieri e che in loro non si è ancora sciolto del tutto, perché devono espiare la tendenza a peccare e dimenticare la vita terrena.