Il dopoguerra italiano dal 1919 al 1929

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Appunto sul dopoguerra italiano, il fascismo al potere e il governo Mussolini (2 pagine formato doc)

Il dopoguerra italiano e il fascismo al potere
Il dopoguerra italiano presentò crisi economica, disoccupazione, aumento del costo della vita, carico fiscale, difficoltà di reinserimento per gli ex combattenti.
Dal 1919 iniziarono lotte sociali e sindacali, il cosiddetto “biennio rosso” del 1919-20, che coinvolsero milioni di lavoratori  sotto la guida della Federterra, della Cgl e della Cil(confederazione lavoratori). Ci furono una serie di scioperi per aumenti di salario e occupazioni delle terre. Il governo era stato presieduto prima da Vittorio Emanuele Orlando, poi da Nitti.
I lavoratori ottennero: nelle fabbriche la riduzione della giornata lavorativa a otto ore e l’aumento del salario, nelle campagne l’imponibile di manodopera, cioè una quantità minima di assunzioni in proporzione all’azienda, al sud invece ridistribuirono le terre incolte.


Fra i problemi che l’Italia dovette affrontare vi era quello della delusione provocata dalla vittoria mutilata, metafora coniata dal poeta Gabriele D’Annunzio. L’Italia ottenne con i trattati di pace il Trentino, il Sud Tirolo o Alto Adige e Trieste.  Le truppe italiane avevano occupato Fiume, tra cui presente D’Annunzio, che con un gruppo di legionari, scatenò una crisi internazionale che fu risolta dal nuovo presidente del consiglio Giovanni Giolitti. Quest’ultimo firmò con la Iugoslavia il trattato di Rapallo, che assegnava l’Istria e Zara all’Italia, la Dalmazia alla Iugoslavia e Fiume diventava uno stato indipendente. Nel 1919 nacque il Partito popolare italiano fondato da Luigi Sturzo, che si presentò con un programma che ribadiva i punti fondamentali della dottrina sociale cattolica(esposta nella enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, come rispetto della proprietà privata e rifiuto della lotta di classe).


Alle prime elezioni entrambi i partiti ottennero successo,  ma ciò creò grandi tensioni che sfociarono, negli anni 1919-20, in scioperi e occupazioni delle fabbriche. Gli operai di Torino, Milano, Genova diedero inizio all’autogestione delle fabbriche. Giolitti riuscì a risolvere la situazione convincendo gli imprenditori ad aumentare i salari, ottenendo in cambio lo sgombero delle fabbriche. Dopo il biennio rosso Benito Mussolini aveva fondato a Milano i fasci di combattimento, un’organizzazione paramilitare i cui membri disprezzavano il sistema parlamentare, erano nostalgici della guerra e sognavano una rivoluzione di destra. Nel 1920 incominciarono le spedizioni delle squadre d’azione fasciste contro esponenti e sedi del movimento socialista. Furono i proprietari terrieri (agrari) a utilizzare le camicie nere per stroncare il movimento contadino. Le squadre fasciste distruggevano case del popolo, circoli, cooperative, tipografie, uccidevano o bastonavano i militanti sindacali e politici: questa violenza mirava ad intimidire l'avversario. Nel 1920, a Bologna, essi affrontarono i socialisti in uno scontro a fuoco; questo evento, noto come i “fatti di palazzo d’Accursio”, colpì favorevolmente gli agrari e gli industriali, che cominciarono a finanziare il movimento, e segnò l’atto di nascita del fascismo.