Liliana Segre, Sopravvissuta ad Auschwitz: riassunto

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Sopravvissuta ad Auschwitz: riassunto della storia di una delle ultime testimoni della Shoah durante la Seconda guerra mondiale, Liliana Segre (3 pagine formato doc)

SOPRAVVISSUTA AD AUSCHWITZ: RIASSUNTO

Sopravvissuta ad AuschwitzLiliana Segre, una delle ultime testimoni della ShoahLiliana Segre era una bambina ebrea che abitava a Milano, frequentando regolarmente la scuola fino a quando un giorno i suoi genitori le dissero che non avrebbe più potuto.

Le leggi razziali infatti avevano espulso dalla scuola tutti gli alunni di razza ebraica. Liliana era ancora piccola, non capiva il perché non dovesse più frequentare la scuola; solo col tempo comprese che la sua colpa era quella di essere nata ebrea. Restrizioni in seguito alle leggi razziali avevano colpito, oltre agli studenti, anche professori, magistrati, enti pubblici, ufficiali e liberi professionisti.
Col passare del tempo cominciò a capire cosa voleva dire essere cittadina di serie B.
La sua casa era controllata dalla polizia, amici suoi e dei suoi genitori avevano tolto il saluto solo per non aver alcun contatto con cittadini ebrei, e sentiva le sue amiche chiamarla ebrea, probabilmente senza sapere il significato di quella parola, così come non lo conosceva lei che aveva otto anni.

Liliana Segre: testimonianza

LILIANA SEGRE BIOGRAFIA

Intanto era scoppiata la guerra, e Liliana e la sua famiglia fuggirono in un paese della Brianza per sfuggire ai bombardamenti che colpivano le città, e lei smise di andare a scuola, dal momento che non c’erano scuole private, le uniche che lei poteva frequentare. Iniziò anche la caccia ai cittadini ebraici. Molti nella stessa condizione dei Segre avevano cercato rifugio all’estero, ma ormai era troppo tardi, le frontiere erano chiuse, e oltretutto c’era nonno Pippo, a cui Liliana rea molto affezionata, malato del morbo di Parkinson. Comunque il padre di Liliana riuscì a procurarsi due carte di identità false, e fece in modo che la figlia si trasferisse in Valsassina e poi nel Varesotto, da una delle poche famiglie a loro rimaste amiche, che accettò di tenere una bambina ebrea in casa nonostante il pericolo della pena di morte. Un giorno il padre di Liliana giunse a prenderla a Castellanza per fuggire insieme in Svizzera, con dei contrabbandieri che per altissime somme di denaro conducevano oltre confine renitenti alla leva, antifascisti ed ebrei. Ma una volta in Svizzera le autorità locali, trattandoli con estremo disprezzo, li rimandarono indietro, firmando così la loro condanna a morte.

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LILIANA SEGRE TESTIMONIANZA

Furono arrestati e condotti al carcere di Varese, Como e infine San Vittore a Milano, dove Liliana visse l’ultimo periodo con suo padre. Venne infatti il giorno in cui furono letti i nomi di coloro che dovevano partire per il campo di concentramento.
Uscendo da San Vittore Liliana e gli altri condannati assistettero ad una scena di grande umanità: tutti gli altri detenuti salutarono loro che erano diretti al campo di concentramento con addii, benedizioni, donando loro quel poco che avevano, dimostrando di essere uomini prima che assassini o ladri. Una volta alla stazione centrale furono caricati su treni merci, riempiti fino a scoppiare, e vi rimasero per sei giorni, diretti ad Auschwitz. All’arrivo al campo si procedette con la registrazione dei prigionieri, dividendo gli uomini dalle donne. Quella fu l’ultima volta in cui Liliana vide suo padre. Infine la selezione: gli ufficiali tedeschi sceglievano che dovesse vivere e chi no senza alcun criterio.

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TESTIMONIANZE EBREI SOPRAVVISSUTI

Le donne furono spogliate e private dei loro vestiti, furono depilate e infine fu loro tatuato il numero sul braccio, un marchio che avrebbe segnato tutta la loro vita. Questo era per cancellare completamente l’identità di coloro che erano al campo; non erano più uomini, donne, ma stucke , pezzi. Liliana era diventata una ragazza-nulla. Col tempo iniziò a “indurirsi”, smise di piangere e iniziò a separarsi dalla realtà, a non comunicare più con nessuno, smise di amare. Fu mandata a lavorare in una fabbrica di proiettili, e quella forse fu la sua salvezza, poiché almeno trascorse l’inverno lavorando in un posto chiuso.