Lasciami andare madre, di Helga Schneider

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Lasciami andare madre In una Vienna livida e nebbiosa, perfetto sfondo per una vicenda sospesa tra angoscia e ricordo, si dipana il dramma interiore di Helga, abbandonata a cinque anni dalla madre,guardiana del campo di sterminio a Birkenau.
E l'alba. Oggi Helga incontrerà la madre per la seconda volta in cinquantasette anni. Forte è la curiosità di vederla, di riscontrare segni di un pentimento che apra la strada al perdono e all'amore, un amore che mai si era concessa dopo il primo incontro. Un incontro che l'aveva riempita di orrore; dopo la speranza. un secondo abbandono: l'uniforme SS accuratamente conservata nell'armadio, i gioielli delle vittime riposti in un cassetto, lo sguardo vivo e orgoglioso nel ricordo delle atrocità del campo, orgoglioso di averne fatto parte.
Ma ora forte è anche la paura di trovarla vecchia, sola, annientata dalla caduta del nazismo e ancora avvinghiata ai suoi folli principi. Sostenuta dall'affettuosa cugina Eva, Helga supera i momenti di panico, il desiderio di fuggire e affronta ora lo sguardo vacuo della madre, da tempo ricoverata in una casa di riposo. Helga era preparata all'incontro, un'amica della madre, Frau Freihorst, le aveva raccontato i suoi ultimi strani comportamenti: sua madre gettava via tutti gli oggetti che le ricordavano i figli e il marito, forse per dimenticare ciò che aveva loro fatto, lavava l'appartamento più e più volte, come per cancellare le sue indelebili colpe, si perdeva per le strade, nei momenti di lucidità affermava che entrambi i figli erano morti prematuramente. L'amica le aveva inoltre restituito il suo vecchio orsacchiotto Zakopane, per poter essere riconosciuta dalla madre. Traudi infatti fatica a riconoscere la figlia, un blocco psicologico glielo impedisce. Helga è combattuta: da un lato desidera poter amare la vecchia insicura che la scruta, ma inconsciamente spera di trovare in essa solo odio, soddisfazione per le azioni commesse, una follia tale da giustificare la disumana indifferenza nutrita verso i figli. Le ore passano e prevale quest'ultima speranza. Helga si fa raccontare i compiti che la madre svolgeva nel campo, chiede se mai ha provato compassione per le vittime, per i bambini, per le madri che li difendevano fino alla morte, sollecita ricordi particolari. Si sviluppa così una storia parallela, testimonianza di sofferenza, di dolore, di morte: un mosaico composto dai racconti di Traudi , dai ricordi di Helga sulla vita povera, ignara e spaventata dei berlinesi, dalle citazioni tratte dai saggi e dai rapporti delle SS dei campi di sterminio riguardo agli esperimenti su cavie umane. La madre è crudele nella sua narrazione, forse capisce e vuole aiutare Helga ad odiarla. Tuttavia l'insicurezza e la pazzia spesso l'assalgono; allora piange, grida, stringe febbrilmente le mani della figlia, le fa giurare che resterà, tornerà. Improvvisamente smette, guarda Helga con occhi astuti e maliziosi, non vuole più raccontare niente. E un immagine pietosa, agli occhi degli ig