L'Ermengarda di Alessandro Manzoni

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TEMA
L’ERMENGARDA DI ALESSANDO MANZONI (SAGGIO CRITICO)
“Ermengarda” è una di quelle anime timide ed altere cui la sensibilità è pari alla ritrosia: sembrano fredde e sono appassionate, indifferenti e si consumano nel dolore: l’infelice regina amava il marito con tutta l’ebbrezza del suo cuore, pure taceva sicura nel suo gaudio; pure Carlo non conobbe intero tale affetto; né il segreto di quell’amore le sfuggì dopo il ripudio: solo nel delirio si palesa tutta la sua anima, e non appena ella torna in sé, l’accento della passione si muta nella parola quieta piena di tristezza rassegnata. 


L’intimo dramma di questa anima ci fa ripensare alle parole del Michelet che diceva che vi erano esseri così miti e dolci nella sventura che non si suppongono le loro sofferenze.
Nel suo riserbo vi è una passione tremenda, che invade tutta l’anima, che si ribella allo sconforto, che freme al ricordo delle dolcezze passate, tanto più vigorosa quanto più è contenuta, tremenda come il fato degli antichi:
“Tal della mesta immobile
era quaggiuso il fato”.


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