Il tema dell'esilio in Dante

Appunto inviato da tommasobenciolini
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Testo sul tema dell'esilio nella letteratura dantesca (3 pagine formato doc)

Guelfi e ghibellini erano due fazioni politiche nate in Germania nel XII secolo e vitali, particolarmente in Italia, per tutto il XIV secolo. Ai guelfi appartenevano coloro che, nella lotta al potere tra papato e impero,sostenevano la supremazia del Papa, ai ghibellini, invece, coloro che appoggiavano il primato politico dell'imperatore.
Verso la metà del XIII secolo in molte città italiane esisteva una fazione guelfa e una ghibellina e , spesso, quando una delle due guadagnava la supremazia ,cacciava di conseguenza i principali esponenti avversari e li costringeva a vivere in esilio.

Firenze, città toscana sede di grandi spinte culturali e religiose e motore di cambiamenti anche a livello politico locale e ultra regionale, ha sempre avuto una supremazia della parte guelfa. All'epoca di Dante il partito guelfo era a sua volta diviso in due fazioni, i bianchi e i neri, così quando, nel 1295 Dante cominciò la sua carriera politica, aderì ai guelfi bianchi in modo moderato perché era in contrasto con la politica dei neri ,più estremisti, che appoggiavano l'espansionismo di papa Bonifacio VIII.
Dante infatti era un convinto sostenitore dell'autonomia della città di Firenze, che avrebbe dovuto essere legata al Papa e alla Chiesa di Roma per fede ,ma libera da ingerenze e da scelte del Papa che potessero inserirsi in modo pesante nella vita politica della città e del suo governo.

Dante ,divenuto uno dei sei priori della sua città nel 1300 , fu promotore di molte leggi che cercavano di ostacolare il pontefice, per questo motivo Bonifacio VIII lo prese di mira
e, infatti nel 1301, i neri si impadronirono di Firenze con l'appoggio papale. Bonifacio VII inviò così Carlo di Valois , fratello del re di Francia, con l'intenzione nascosta di eliminare i guelfi bianchi dalla scena politica, Dante viene coperto di accuse infamanti, subisce il saccheggio della casa, viene accusato dal Potestà di ribellione al papa e di baratteria, cioè di indebita appropriazione di denaro pubblico. Il potestà chiamò pubblicamente il poeta perché si potesse discolpare e chiedere ,quindi, una assoluzione pubblica, Dante però non si presentò e fu quindi condannato a due anni di confino e al pagamento di una multa in danaro che decise di non assolvere. Per questo motivo fu condannato a morte e non poté più rientrare a Firenze. Iniziò così un periodo molto intenso e molto sofferto che portò il poeta a vivere con consapevolezza e estrema profondità il suo momento storico e il suo momento personale