Tema sull'Innominato dei Promessi Sposi di Manzoni

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Tema sull'Innominato: descrizione della personalità e l'evoluzione del personaggio de I Promessi Sposi di Manzoni (2 pagine formato doc)

INNOMINATO PROMESSI SPOSI

L’innominato.
Il capitolo ventesimo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni inizia con la descrizione della dimora dell’innominato, specchio dell’animo del personaggio.
Il castello si trova “a cavaliere di una valle angusta e uggiosa”, sul confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di San Marco; il paesaggio è aspro e isolato, e mette in evidenza la solitudine e il potere del signore di quei luoghi.
Nella descrizione sono presenti molte negazioni, per rafforzare l’atmosfera negativa del luogo e di chi è solito frequentarlo.
L’unica strada possibile per raggiungere il castello è un lungo sentiero sinuoso che parte da fondovalle; in tal modo l’innominato può vedere con largo anticipo chiunque si avvicini alla sua dimora, e può mandare i suoi bravi ad attaccare gli ospiti scomodi.
Alla base della collina si trova un’osteria frequentata dai collaboratori e dai bravi dell’innominato, e per questo motivo, nonostante abbia un sole raggiante disegnato sull’insegna, viene chiamata taverna della “Malanotte”.
 

Tema sull'Innominato dei Promessi sposi

TEMA SULL'INNOMINATO

I luoghi dove vive l’innominato rispecchiano la natura del signore: violento, potente, diffidente. Egli è un uomo sui sessant’anni, grande, bruno e calvo; la sua faccia rugosa è tipica di un uomo molto più vecchio, ma i suoi occhi vivaci indicano la forza d’animo di un giovane.
L’innominato può essere considerato la fusione fra tre personaggi diversi: ha un aspetto sciupato come la monaca di Monza, è un tiranno come don Rodrigo e ha gli occhi irrequieti come padre Cristoforo.
Don Rodrigo si rivolge a lui perché sa bene che è un uomo di parola, e che grazie alla sua potenza ogni missione è possibile. L’innominato accetta d’impulso di rapire Lucia quando sente il nome di fra’ Cristoforo, nemico di tutti i tiranni; sa anche di poter contare su Egidio, uno dei suoi collaboratori più scellerati, che è l’unico a poter indurre Gertrude a lasciare uscire Lucia dal convento presso il quale è ospitata.
Però, subito dopo aver dato la sua parola e aver congedato don Rodrigo, prova un certo fastidio per aver dato la sua parola così facilmente. Infatti, da qualche tempo, è come diviso in due. Da una parte, continua a essere il temibile tiranno sanguinario di sempre, dall’altra, inizia a pensare sempre più frequentemente alla morte. Il pensiero della morte inesorabile, che si fa ogni giorno più vicina, lo rende improvvisamente depresso e solo, perché è un uomo senza Dio.
 

Tema sull'Innominato e la sua conversione

L'INNOMINATO DESCRIZIONE DEL PERSONAGGIO

Ma qualche volta sente dentro di sé gridare: “Io sono però”. Questa frase vuol dire “nonostante tutto io sono Dio”, ed è la voce della sua coscienza che, dopo anni di completa assenza, inizia a farsi sentire e a portarlo verso la via del bene. Nella mente dell’innominato, infatti, si insinua il dubbio sull’esistenza di una vita dopo la morte, e una paura del giudizio individuale. Certamente non pensava a tutto questo da giovane, quando aveva una vita davanti a sé e gli bastava continuare a uccidere per reprimere l’orrore iniziale, ma ci pensa da vecchio, e le sue malefatte gli sembrano troppe e brutali. Anche il trovarsi accanto a gente tanto malvagia gli provoca un forte senso di repulsione e fastidio.
Nell’animo dell’innominato vi è una battaglia fra l’uomo vecchio e il nuovo: inizialmente prevale il vecchio, ma dopo l’incontro con Lucia questo sarà eclissato dal nuovo, che cercherà di emergere e consolidarsi.
Dopo l’incontro con don Rodrigo, per scacciare i pensieri sulla morte che rischiano di sopraffarlo, manda il Nibbio, il suo braccio destro, a Monza per contattare Egidio.