"VI capitolo de "I Promessi Sposi"

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Analisi del capitolo VI e fonti utilizzate da Manzoni nello scriverlo (2 pagine formato doc)

“In che posso ubbidirla?” disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala.
Così, dopo la pausa conviviale descritta nel precedente capitolo, si apre drammaticamente il VI. Fra Cristoforo si è recato infatti presso la dimora di don Rodrigo, nel tentativo di farlo recedere dall'infame proposito di impedire il matrimonio di Renzo e Lucia o, almeno, di scoprire fino a che punto sia determinato a perseguirlo. Il tono delle parole del signorotto rivela, nonostante la deferenza esteriore, la durezza con la quale affronta il suo ospite con lo scopo di far precipitare il “colloquio” in uno scontro. Nella discussione tra padre Cristoforo e Don Rodrigo (definita dal Manzoni una vera e propria battaglia quando, una volta conclusa, scrive:“il padre Cristoforo chinò il capo, e se n'andò lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia”) si può cogliere quale sia il ruolo che Dio e la fede occupano nell'esistenza di entrambi i personaggi.
Il frate manifesta in ogni suo atteggiamento ed espressione quanto sia fondamentale nella sua vita il credo che professa.


Inizialmente, quando don Rodrigo lo provoca con la sua domanda retorica, padre Cristoforo è imbarazzato; riflesso di questo stato d'animo è l'incondizionato snocciolare i grani del rosario mentre pensa a come esordire. Infine si arma di guardinga umiltà, la stessa umiltà disinvolta con la quale si era presentato dal fratello del nobile ucciso in duello, e che era arrivato a padroneggiare solo dopo un travagliato percorso spirituale, così dice: “Vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d'una carità.” tali parole sono dettate da un sentimento altissimo e tragico della giustizia e della carità; un sentimento che deve confrontarsi con le prevaricazioni quotidiane dei potenti e con la stessa indole focosa e risentita del frate. Per questo la sua guardinga umiltà usa le intonazioni ossequiose del linguaggio secentesco (vossignoria illustrissima) e il richiamo all'onore; ma quando fra Cristoforo fa riferimento alla coscienza di Rodrigo, il signorotto lascia cadere con arroganza il tono di riverenza usato dall'interlocutore e ne ignora il cenno alla giustizia.


Quanto alla coscienza, per don Rodrigo sembra essere solo un problema legato al rituale della confessione, dal momento che ribatte “Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei.”