Cos'è la regola di San Benedetto

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Tesina che descrive la regola di San Benedetto e il Monachesimo (14 pagine formato doc)

COS'E' LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

Regola San Benedetto.

Motto benedettino “ora et labora” viene unanimemente considerato il miglior viatico che il lavoro manuale potesse ricevere, quand’era ancora oppresso dalla condanna biblica per il peccato originale (“Mangerai il pane con il sudore del tuo volto”, Gen.3,19)
Adriano Tilgher e David Landes 1 hanno rilevato che, dopo tanta sprezzante disistima religiosa e laica per la fatica, questa sua prima valorizzazione - e quale valorizzazione, visto che accoppiò lavoro e preghiera - coincideva con una ferrea organizzazione del tempo operoso, del tempo come opera di Dio.
La svolta determinata con la Regola stabilita nell’anno 540 da Benedetto da Norcia pianificava per i monaci l’intera giornata con la determinazione dell’hora canonica, che costruiva ad un tempo sia le horas sia l’horarium. La Regola prescrive rigide e devote norme di condotta per il retto canone di vita dei monaci cenobiti, quelli cioè che vivono in monastero, militando sotto una regola e un abate, come Benedetto non manca di far notare, in polemica con gli anacoreti e i girovaghi.

San Benedetto da Norcia e Monachesimo: riassunto

IL NULCEO DELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

Obbedienza, silenzio e umiltà sono gli strumenti per le buone opere tassativamente richiesti e, se necessario, imposti con pene corporali e perfino con la scomunica.

Ciò che più colpisce, in un dispositivo di vita in base al quale i bravi monaci dovevano alzarsi in piena notte per pregare, leggere e cantare i salmi, venendo poi chiamati a turno per lavorare nell’orto, in cucina o nello scriptorium, non è insomma l’inflessibilità verso le debolezze umane, ma piuttosto l’inesorabilità nell’uso del tempo, che scorreva razionalmente, scandito 24 ore su 24, dal sonno ai pasti, i quali costituiscono un aspetto importante della Regola.

Il Monachesimo occidentae e San Benedetto

SAN BENEDETTO DA NORCIA: ORA ET LABORA

Essi variano nella consistenza e nell’orario di somministrazione a seconda della stagione, del lavoro e, come vedremo, della salute del monaco.
La continenza alimentare nelle nostre regole non è oggetto di nessuna teoria. Secondo Benedetto è così evidente che il monaco debba osservare il digiuno e l’astinenza, da non aver bisogno di giustificazione. Del digiuno, come della castità, ci si limita a dire che deve essere “amato”, perché l’uno e l’altra sono una componente essenziale della vita monastica. “Castigare il proprio corpo” secondo l’espressione di San Paolo2, ed “evitare le ghiottonerie, non darsi al vino e non mangiare molto”, sono le poche massime che su questo tema emergono nella Regola benedettina.
Benedetto, come si vedrà nel terzo capitolo, fissò una triplice norma sull’alimentazione: misura del mangiare, misura del bere, orario dei pasti. I tre capitoli della Regola che trattano questi punti sono essenzialmente pratici. Soltanto alcune annotazioni appena accennate, lasciano intravedere il senso che Benedetto attribuisce a queste osservanze.