Georgiche vv.485-515

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Versione fedele e letterale dei vv. 485-515 delle Georgiche di Virgilio (1 pagine formato doc)

E ormai tornando sui suoi passi aveva evitato tutti i pericoli ed Euridice liberata veniva verso i cieli superiori seguendolo da dietro ( e infatti Proserpina aveva posto tale condizione), quando un improvvisa follia colse l’incauto amante: da perdonare in verità, se solo i Mani sapessero perdonare: si fermò immemore ahimé e guardò la sua Euridice con la luce sotto di lei.


Allora andò persa ogni fatica e andarono rotti i patti del crudele tiranno e tre volte si sentì il fragore nelle paludi invernali.

Quella: “Chi ha mandato in rovina me misera e te o Orfeo, quale tanto grande furore? I fati mi chiamano indietro e il sonno oscura la vista che vien meno.
E ora addio: sono portata via circondata da una grande oscurità, mentre tengo a te le mani ormai prive di vita, ahimé non più tua.


 Parlò e subito fuggì in direzione opposta dagli occhi come fumo confuso nell’aria sottile, e non poté più a lungo vedere lui che invano cercava di abbracciare le ombre e voleva dirle molte cose; e il traghettatore dell’Orco non permise mai più di attraversare l’immensa palude.
Cosa fare? Dove sarebbe dovuto andare, persa per sempre l’amata? Con quale pianto avrebbe mosso gli dèi Mani, con la voce quale volontà divina? Quella navigava ormai fredda sulla barca stigia.