De Finibus di Cicerone

Appunto inviato da tommasobenciolini
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Traduzione di due passi dal primo e dal secondo libro del celebre letterato (2 pagine formato doc)

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM, Cicerone.

LIBRO I

CAPITOLO 9

Allora cominciò a parlare.
Per prima cosa, disse, farò nel modo in cui piace al fondatore stesso di questa disciplina
, chiarirò che cosa e di che genere sia la cosa della quale ci occupiamo, non perché io ritenga che voi lo ignoriate ma affinchè il discorso si sviluppi secondo un principio e un percorso. Ricerchiamo in effetti che cosa sia il più grande e l'ultimo dei beni, il quale, secondo il parere di tutti i filosofi, deve essere fatto in modo tale che sia necessario che tutte le cose siano riferite a quello e che però non sia mai necessario riferire lui (a qualcosa).

Epicuro identificò ciò nel piacere, il quale ritiene che sia il sommo bene e che il sommo male sia il dolore e ha stabilito di insegnare ciò in questo modo: ogni essere umano, non appena sia nato, desidera il piacere e gode di quello come del massimo bene, d'altronde il dolore viene rifiutato come il massimo male e quanto può lo scaccia da sé e fa ciò non perché deviato dalla retta via, mentre (perchè) la stessa natura esprime giudizi in maniera corretta e continua.
Perciò Epicuro dice che non c'è bisogno né di un ragionamento, né di una discussione, per quale motivo il piacere debba essere ricercato e il dolore debba essere fuggito.

Egli ritiene che queste cose siano avvertite con i sensi come è sentito dai corpi che il fuoco scalda, che la neve è bianca e che il miele è dolce, ritiene che non i sia nessun bisogno di argomentare nessuna di queste cose. Egli ritiene che ci sia una bella differenza tra il tema generale e la conclusione di un ragionamento e anche tra la semplice percezione e il fare presente (la segnalzione).